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I METODI DI CONSERVAZIONE DEGLI
ALIMENTI
SACLA’ DALLE ORIGINI AD OGGI
RELATORE: GIACOMO
BETTI
Signore e Signori buongiorno,
Sono Giacomo Betti e da oltre 37 anni lavoro alla F.lli Saclà,
che è stata fondata nel 1939 e oggi ha 67 anni di vita, di questi il
sottoscritto ne ha condiviso oltre il 50%, ma gli ultimi 35 anni sono stati
quelli che hanno cambiato radicalmente il modo di lavorare, sono gli anni della
grande industrializzazione e gli anni in cui l'Azienda è andata gradualmente ad
assumere la sua attuale configurazione.
La F.IIi Saclà trae le sue origini da una semplice intuizione
del Suo fondatore: l'idea, creativa prima e imprenditoriale poi, che mosse
Secondo Ercole, fu quella di conservare nel tempo le eccedenze di una produzione
ortofrutticola di una terra, l'Astigiano, ricca di risorse naturali.
Questa azione si svolgeva in due modi:
Il confezionamento in stagione della materia prima, per
ottenere prodotti finiti pronti alla commercializzazione
La preparazione di prodotti semilavorati, che in periodi
successivi e dopo opportuni trattamenti, venivano trasformati in prodotti
finiti.
Cominceremo ad analizzare per primo i semilavorati.
Cos'è un semilavorato?
E' un prodotto intermedio che non può essere commercializzato
tal quale ma che ha subito un processo di conservazione idoneo e limitato nel
tempo e che successivamente, dopo opportuni trattamenti, verrà trasformato in
prodotto finito.
Quali sono le ragioni per cui si fa un semilavorato. Io ne ho
identificate alcune:
1) il prodotto non può essere trasformato tal quale, perché
la materia prima, senza opportuni trattamenti, non è idonea . Faccio un esempio:
le olive.
II prodotto come raccolto dalla pianta è molto amaro e
pertanto deve essere deamarizzato per allontanare la oleoeuropeina che è la
molecola che conferisce alla oliva il caratteristico sapore amaro. La
deamarizzazione avviene intervenendo sul prodotto utilizzando dei prodotti
basici.
Per ottenere il prodotto che normalmente noi siamo abituati a
consumare, bisogna intervenire con una base forte (Idrossido di sodio in
soluzione al 2-3 % per 12-18 ore).
Seguono opportuni lavaggi e una fermentazione lattica.
2) Ci sono in commercio prodotti che sono composti da un mix
di verdure, in alcuni casi si arriva fino a 13/14 verdure diverse miscelate in
proporzioni variabili. Difficilmente le 14 verdure possono essere reperite nello
stesso periodo temporale, per cui sorge la necessità di conservarne alcune o
tutte, per poi poterle miscelare.
3) E' un motivo di organizzazione industriale: sappiamo tutti
che la maggior parte dei vegetali va a maturazione nei mesi estivi, quindi
sarebbe quasi impossibile per una azienda come la Saclà - che non produce un
monoprodotto (es. Pomodoro) poterli lavorare contemporaneamente.
4) Ci sono materie prime la cui produzione è frazionata su
una miriade di piccoli produttori, a volte lontani centinaia di km. dallo
stabilimento di trasformazione.
Esempio; i capperi sono boccioli di fiori, che vengono
raccolti a mano, di diverse misure. Giornalmente un fornitore medio ritira 50 q.
li di prodotto che andrà poi a calibrare ottenendo 4 calibri, di cui per poter
avere un quantitativo idoneo come calibro impiegherà circa 10/15 giorni, quindi
bisogna conservarli.
5) Per questione di mercato o di marketing. Poter rispondere
a richieste improvvise o consumi in aumento per vendite promozionali o quant'altro.
Dopo aver visto le ragioni o ancor meglio le necessità di
preparare dei semilavorati andiamo ora a vedere come sì preparavano e le
evoluzioni che si sono succedute nel tempo: '
Le verdure, dopo essere state pulite con eliminazione dei
fittoni, torsoli, gambi, difetti varie, eventualmente tagliate su misura, dopo
opportuni lavaggi vengono scottate: la scottatura serve per stabilizzare il
prodotto cioè per preservarne le caratteristiche nel tempo, per ammorbidire i
tessuti vegetali, eliminare l'aria e per impedire i processi ossidativi,
successivamente vengono messe in grossi contenitori, fusti da 2 q.li e vasche da
400 q.li. e colmati con liquido di governo.
Prima dell'avvento della plastica si usavano botti di legno
di rovere
o di castagno e vasche in cemento che erano interrate e ambedue
venivano paraffinati. La paraffina aveva la funzione di sanificare le vasche, di
chiudere eventuali infiltrazioni di aria e, nel caso del legno, non permettere
che l'odore del legno si trasferisse alle verdure. In questo periodo c'era una
categoria dì operai, i bottai, che erano dei veri professionisti e dalla loro
professionalità dipendeva in buona parte la buona conservazione della merce.
Con l'avvento della plastica, della vetroresina e in alcuni
casi dell'acciaio inossidabile scompaiono il legno e le vasche di cemento.
Ultimamente, sempre rimanendo sui contenitori, si usano i
sacchi di polipropilene alluminato per i prodotti preconservati in asettico.
Fin dai tempi immemorabili si usavano due metodi per
conservare: la disidratazione, che porta il prodotto verso l'essicazione più o
meno spinta e il sale, usato tal quale o diluito con acqua.
Fatta questa premessa dividiamo le verdure in due tipi,
quelle ricche di zuccheri e colorate e quelle bianche.
Le prime venivano conservate con una soluzione leggera,
sufficiente ad estrarre gli zuccheri, che in presenza di aerobatteri si
trasformavano in acido lattico, che abbassava il pH della soluzione che quando
arrivava intorno al 4 veniva bloccato con dosi massicce di sale.
Le verdure bianche, tipo rape e finocchi, non potevano essere
conservate con questo sistema in quanto il tempo che intercorreva per innescare
la fermentazione lattica faceva si che le verdure imbrunissero, allora si
aggiungeva dell'anidride solforosa che è un antiossidante.
Qualcuno si spaventerà chiedendosi che cos'è l'anidride
solforosa. Niente di trascendentale, basti ricordare che è presente in tutti i
vini bianchi e che la legislazione ne consente l'uso fino a 200 ppm
Questi prodotti si conservavano molto bene, anzi addirittura
alcune verdure ne uscivano migliorate nel colore e nella consistenza, avevano
però un grosso problema che per renderle utilizzabili bisognava dissalarle per
portare il sale a valori accettabili ma con questa operazione perdevano gusto e
profumo e si discostavano da quelle prodotte direttamente con verdure fresche.
Saclà quindi comincia a studiare nuove tecniche di
conservazione, che permettono di avere un prodotto che si avvicini sempre più a
quello prodotto in stagione; questo diventa una necessità verso la fine degli
anni 70 quando Saclà lancia sul mercato la linea degli "acetelli" che erano dei
sott'aceti a basso acidità. Fino ad allora per legge per poter chiamare un
prodotto "sott'aceto" doveva avere una acidità non inferiore al 2,5% e questo
faceva si che il forte aroma di aceto dominasse le verdure, il cui profumo ed
aroma diventava ininfluente. Saclà decide di abbassare l'acidità all' l% circa,
tanto che per diversi anni questo prodotto veniva dichiarato in etichetta
"aromatizzato all'aceto".
Abbassando l'aceto si valorizzavano i profumi e il sapore
delle verdure, per cui la conservazione di queste ultime viene effettuata
utilizzando non solo acqua e sale bensì buona parte degli ingredienti che
costituivano il liquido di governo, tra cui l'aceto, giocando sulle proporzioni
del vegetale che entra nel vaso circa 60% rispetto al peso netto.
Nel 1968 Saclà comincia a produrre il primo pesto industriale
(l'ingrediente fondamentale del pesto è il basilico, pianta erbacea appartenente
alla famiglia delle "labiate") in netto anticipo sui tempi, tanto che questi
ultimi non erano maturi e non fu recepito dal mercato, fino agli anni '90,
quando scoppia il boom, soprattutto all'estero, con volumi enormi di basilico e
un periodo abbastanza ristretto di produzione dal fresco, nasce l'esigenza di
destagionalizzare; non è possibile farlo con acqua e sale per ('ossidazione del
basilico e la perdita di aroma per cui il primo metodo che si va ad applicare è
la surgelazione, ma le basse temperature rovinano le cellule e il prodotto che
si ottiene ha poca consistenza.
Un altro difetto della surgelazione è che diminuisce
sensibilmente l'aroma; inoltre, i costi di surgelazione sono abbastanza
sostenuti e il prodotto deve essere utilizzato ancora surgelato, perché
scongelandolo si ossida e si impacca. A questo punto si cerca qualcosa che
risolva tutti questi problemi. Si sapeva che il pesto derivava da una semplice
osservazione. Se si metteva il basilico ben coperto dall'olio, lo si poteva
consumare per tutto l'inverno, l'olio manteneva inalterato il profumo e l'aroma
che ha da fresco, caratteristiche che perde con altri procedimenti. L'olio così
aromatizzato poteva essere utilizzato come condimento. Pertanto Saclà,
rifacendosi a questo, ha pensato di conservare il basilico in olio, evitando
così l'ossidazione e trasmettendo l'aroma contenuto nel basilico all'olio che
sarà poi usato nella formulazione della ricetta.
Nella storia della conservazione della F.lli Saclà non
possiamo non menzionare la frutta, specialmente le ciliegie che sono state il
primo prodotto lavorato ed esportato.
Le ciliegie venivano in parte lavorate dal fresco: denocciolate e sciroppate,
in scatole di banda stagnata
e in parte venivano conservate in anidride
solforosa che successivamente venivano utilizzate nella mostarda di Cremona e
per produrre ciliegie candite. Un'altra parte, specialmente i calibri più
piccoli, veniva messa in alcool etilico e destinata ai cioccolatini.
Per anni Saclà ha fornito quantità enormi di ciliegie sott'alcool a Ferrero,
per i "Mon Cheri" creando addirittura uno stabilimento a Monopoli di Bari per
preparare questo prodotto.
Ma questo prodotto ha un'altra peculiarità, Saclà comincia su questo prodotto
a venderlo snocciolato, dando così un servizio al consumatore, che la vedrà
vincente verso i competitor.
Sulla spinta di questo, Saclà, prima in Europa, denocciolerà successivamente
anche le olive, legandole allo slogan "Olivolì-olivolà"
Alla denocciolatura delle olive è legata un'altra intuizione di Saclà, che ha
rivoluzionato il mercato delle olive da tavola. Per poterle denocciolare
bisognava individuare una varietà di oliva che fosse idonea e fu identificata
nella varietà Hojiblanca che era una oliva a basso contenuto di grassi, con
un'alta resistenza alla spremitura che la rendeva poco appetibile ai produttori
di olio, ma aveva una resa produttiva per pianta superiore del 30% rispetto a
altre varietà.
Questo consente a Sadà di avere un'oliva idonea a costi più bassi e con una
minor concorrenza nell'acquisto. Questo fa sì che Saclà diventi leader di
mercato in Italia e, oggi, 1'80% delle olive commercializzate sono snocciolate.
PRODOTTI FINITI
Agli inizi del secolo scorso nasce l'industria conserviera. I
primi stabilimenti sorgono vicino alle stazioni ferroviarie, questo perché a
quei tempi la maggior parte dei trasporti si svolgeva su rotaia, sia per
ricevere il carbone per alimentare le caldaie che per le materie prime non
deperibili.
Le verdure deperibili erano invece consegnate in piccoli
quantitativi dai produttori stessi e molte volte era la mercé invenduta sui
mercati. Pertanto gli stabilimenti dovevano essere ragionevolmente vicini alle
zone di produzione e anche per Saclà questo si verifica: lo stabilimento sorge a
circa 500 mt. dalla stazione ferroviaria e introno all'opificio di
trasformazione c'erano una miriade di orti che conferivano le verdure di cui
abbiamo accennato in apertura La maggior parte degli stabilimenti era
autosufficiente Ognuno si produceva quanto serviva dalle poche macchine, alle
confezioni di banda stagnata, anche Saclà aveva il suo scatolifìcio dove
produceva le latte di banda stagnata.
Di solito gli scatolifici erano posti ai piani superiori dei
locali di produzione per poter alimentare le linee di confezionamento per
caduta, con opportuni scivoli. Importanti innovazioni sono state introdotte
negli ultimi anni in questo settore, dove, per altro, le nuove tecnologie di
conservazione non si discostano molto da quelle utilizzate in passato. Un grande
salto avanti e stato realizzato con i macchinar!, in particolare per quel che
riguarda la sicurezza e la qualità dei prodotti finiti.
Fino alla fine degli anni sessanta, con l'avvento delle
capsule per poter chiudere i vasi, la maggior parte dei prodotti viene
conservata in banda stagnata Le latte venivano aggraffate, depositate in grossi
cesti di ferro e pastorizzate in grosse vasche con acqua bollente o
sterilizzate in autoclavi statici, simili a grosse pentole a pressione La
pastorizzazione è la fase che chiude il processo produttivo assicurando una
conservazione a lunga scadenza del prodotto offerto al consumatore
La tipologia dei prodotti in questione e caratterizzata da un
ambiente acido (sempre con un pH inferiore a 4,2) nel quale i microrganismi
patogeni non riescono a proliferare e che permette una più facile eliminazione
degli altri microrganismi, anche a medie temperature, contro muffe e lieviti
sono sufficienti 70°C
E 'fondamentale che durante la pastorizzazione l'interno
delle confezioni raggiunga una temperatura superiore a 85°C per la durata di
almeno 5 minuti Negli anni sessanta c'è una svolta, nascono le capsule e
la maggior parte delle produzioni si trasferiscono in vasi.
Con il vaso il prodotto diventa visibile e di conseguenza
invoglia il cliente ad acquistare, perché a differenza della banda stagnata vede
cosa acquista.
II vetro sul piano produttivo porta con se alcuni problemi: è
molto più fragile della scatola e può facilmente rompersi e i frammenti andare
in circolo.
Per ovviare a questo inconveniente Saclà studia una nuova
riempitrice, che a differenza delle macchina precedenti, in cui le verdure
venivano inserite direttamente nel vaso (quindi con contatto tra contenuto e
vaso di vetro), ora il contenuto viene deposto in un cilindro di plexiglas,
frapposto tra macchina e contenitore e spinto nel vaso sottostante da un pistone
Nel caso malaugurato di rottura del vaso, i frammenti del
vetro non contaminano il contenuto con sensibili risparmi di tempo e prodotto
Nascono le prime riempitrici sotto vuoto che funzionano da
tamponatore, aspirano l'aria contenuta nel vasetto inserendo il liquido di
governo, questo senza avere le dispersioni di liquidi dei riempimenti a pioggia
per colmatura.
Si utilizzano i primi pastorizzatori ad acqua, suddivisi in
varie zone: una di preriscaldamento, una di pastorizzazione, una di
preraffreddamento e una di raffreddamento, questo per evitare lo schok termico e
la rottura dei vasi. Successivamente questi pastorizzatori si trasformeranno a
vapore diretto.
Verso la fine degli anni '60 Saclà comincia, per prima, a
confezionare con le materie plastiche, che non erano pastorizzabili, e Saclà per
prima lancerà sul mercato i sacchetti, mettendo a punto un opportuno sistema di
conservazione basato sulla sanificazione del prodotto, un liquido di governo che
permetta la conservazione, che non distruggerà i batter! ma li metterà in
condizione di non poter prolificare.
Per i contenitori di plastica si studia poi un processo di
conservazione, e cioè si pastorizza il prodotto prima di inserirlo nel
contenitore, opportunamente sanificato e successivamente raffreddato. Si
studiano anche sistemi di conservazione misti e cioè non basato su un solo
parametro - che come abbiamo detto era il pH - ma su diversi parametri come a.w.
(actìviti water); in poche parole si riduce l'acqua libera all'interno del
prodotto tagliando i viveri ai batteri, che in assenza di acqua non possono
svilupparsi.
Questa - molto in breve e per sommi capi - la storia dei
metodi di conservazione che si sono succeduti in Saclà, dalle sue origini
relativamente vicine ma che l'industrializzazione degli ultimi anni le fa
apparire remote, come si perdessero nella preistoria dell'industria conserviera.
1°CONVEGNO NAZIONALE 19-20
GIUGNO 2006 - MUSEO DEL GUSTO - FROSSASCO (TO)
CONSERVARE GLI ALIMENTI: UNA
NECESSITA' DI IERI, UN'OPPORTUNITÀ' DI OGGI
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